Ci sono cazzi che si venerano. E ci sono cazzi che si adorano fino a dimenticarsi di sé stessi. Quello di questo ventenne di quest'ultimi.
Aveva più centimetri che anni, una contraddizione oscena e perfetta. Grosso, pesante, con una capella rosa e brillante che sembrava scolpita per non entrare in nessuna bocca ragionevole. Il tronco si gonfiava man mano che la succhiavo, le vene marcate come una cartina idrografica, e le palle grosse e calde che pendevano come un promemoria costante di quello che stava per tirar fuori. Ogni volta che me lo infilavo fino in gola, sentivo la bocca riempirsi di saliva e di quel cazzo succoso che non lasciava spazio per pensare. E mentre lo succhiavo, in ginocchio sul pavimento della sua casa di campagna, sentivo il culo aprirsi da solo, come se il corpo sapesse già cosa stava per arrivare e non volesse opporre resistenza.
Non ci volle molto di più. Mi sollevò, mi spinse sul tavolo di legno e me lo infilò in piedi, senza fretta e senza pietà. Entrò facile, troppo facile per le dimensioni che aveva, come se il mio buco si fosse preparato esattamente per quello mentre glielo succhiavo. Mi scopò come se il culo fosse un sextoy di silicone: morbido, disponibile, fatto per essere usato. Ogni spinta mi sbatteva contro il tavolo e io potevo solo aggrapparmi al bordo, godendomi quelle sfondate e chiedendone ancora, con la bocca ancora aperta che sapeva di lui.
Quel cazzo mi aveva ridotto a un buco disposto e io lo stavo ringraziando con tutto il corpo, mentre lui mi usava sul tavolo come se non ci fosse niente di più importante al mondo. E in quel momento, non c’era.
Perché una puttana non resiste a un cazzo che entra come se il buco lo stesse già aspettando. Si apre, si consegna e resta con la sensazione che quello, esattamente quello, è ciò per cui è fatta.